Vita periodico
1887 - vivente
Titolo
Il Gazzettino [da n. 1 (28 aprile 1945)] Fratelli d’Italia [da n. 1 (30 aprile 1945)] Corriere di Venezia [da 4 maggio 1945)] Corriere del Veneto [da 17 o 18 luglio 1945] Il Gazzettino
Sottotitolo
Giornale della Democrazia Veneta [da 1897] Giornale Democratico [da 1906] Giornale del popolo [da 1909] Giornale del Veneto [da 1927] Non compare più [da 1935] Fondatore: Gianpietro Talamini [da 1941] Non compare più [da n. 1 (28 aprile 1945)] Organo del Comitato Regionale Veneto di Liberazione Nazionale [da n. 1 (30 aprile 1945)] a cura del P.W.B. [da ] non compare più [da 1945 o 1946] Quotidiano d’informazioni. Fondato nel 1887 da Gianpietro Talamini [da 1961] Non compare più
Luogo di pubblicazione
Venezia
Profilo storico editoriale
Il quotidiano destinato a divenire il più letto e conosciuto della regione – una vera e propria istituzione del Novecento veneto – nasce a Venezia nel marzo 1887 con il sottotitolo “Giornale della democrazia veneta”; a fondarlo Gianpietro Talamini (1845-1934), che lo dirigerà per quasi mezzo secolo, fino alla morte. Originario del Cadore, esponente della generazione cresciuta negli ideali risorgimentali, patriota radicaleggiante e anticlericale, Talamini è un progressista anche in campo sociale, pur senza mai travalicare i confini di un interclassismo moderato e populista.
Quando “Il Gazzettino” fa la sua comparsa nelle edicole già si pubblicano, a Venezia, altri cinque quotidiani, e per farsi strada tra tanta concorrenza Talamini decide – sposando strategia di mercato e convinzioni ideali – di puntare su un pubblico nuovo, popolare; su coloro, cioè, che in precedenza non compravano abitualmente un giornale. Ecco dunque un formato più piccolo e un costo dimezzato (2 centesimi per Venezia e 3 per la terraferma, contro i 5 dei concorrenti), ma soprattutto uno stile diverso, meno colto e letterario, con meno polemica politica e più cronaca spicciola, soprattutto nera e giudiziaria. Sono in particolare i resoconti dettagliatissimi dei processi per alcuni clamorosi fatti di sangue avvenuti nella regione a far decollare le vendite del giornale: con intere pagine in cui si riporta il dibattimento battuta per battuta, magari in dialetto, come in un copione teatrale, il giornale arriva a pubblicare – e a vendere – anche tre edizioni in uno stesso giorno.
Comincia così l’inarrestabile ascesa di quello che sarà chiamato da critici e concorrenti “il giornale delle serve”: una definizione che, al di là della connotazione spregiativa e sessista, non doveva poi tradire del tutto le intenzioni del fondatore, e verrà spesso ripresa con una punta di orgoglio dagli stessi uomini vicini a Talamini. L’altra, fondamentale ragione del successo del “Gazzettino” è il suo progressivo radicarsi nell’intero territorio regionale: pur restando ben piantato in laguna – le battaglie per la difesa di Venezia e della venezianità, per esempio contro l’ipotesi di un nuovo ponte translagunare, sono fondamentali nel costruire l’identità del giornale – a partire dagli anni Novanta “Il Gazzettino” apre uffici di corrispondenza, poi divenuti redazioni, in tutti i capoluoghi di provincia veneti, assumendo quei connotati di giornale “multiprovinciale”, regionale e allo stesso tempo iperlocale, che lo accompagneranno per tutta la sua storia (anche se, va notato, non arriverà mai ad una diffusione omogenea in tutta la regione: Venezia, Padova e Treviso faranno sempre la parte del leone rispetto a mercati più ostici come Vicenza e, soprattutto, Verona).
Per cogliere la portata di tali novità bisogna ricordare che nel Veneto dell’epoca città e campagna apparivano come due universi culturali quasi del tutto distinti, anche dal punto di vista della stampa: i quotidiani liberali o radicali erano seguiti per lo più dalla borghesia urbana, mentre le letture del mondo contadino era sostanzialmente limitate ai periodici cattolici; l’inedita formula del quotidiano “popolare” con notizie anche dai centri minori permise al “Gazzettino” di gettare per la prima volta un ponte tra i due diversi pubblici. Non sorprende dunque che il giornale di Talamini arrivasse in età giolittiana a dichiarare tirature superiori alla somma di tutti gli altri quotidiani veneziani, e poi di tutti quelli veneti messi assieme; negli anni della Grande guerra si raggiunsero le 150.000 copie, cifra poi sostanzialmente conservata – seppure con alti e bassi – nei decenni successivi. Nel frattempo l’avvenuto decollo del “Gazzettino” era stato sancito anche dall’acquisizione di una nuova, prestigiosa sede veneziana: dai locali di corte Minelli a S. Fantin, dove era nata, la redazione si era trasferita nel 1898 nel patrizio palazzo Faccanon a S. Salvador, dove sarebbe rimasta per quasi ottant’anni.
La crescita del giornale andava d’altronde di pari passo con un progressivo smussamento del radicalismo politico di Talamini. A cavallo tra i due secoli “Il Gazzettino” ha ancora i connotati di un giornale d’opposizione democratica e progressista (si vedano le polemiche contro le imprese africane o le repressioni dei moti popolari degli anni Novanta), con qualche attenzione persino per le correnti più moderate del nascente movimento operaio; ma in età giolittiana le posizioni si fanno via via più caute e filogovernative, e l’anticlericalismo lascia progressivamente il posto all’antisocialismo. Si tratta in verità di un’evoluzione comune a tanti democratici post-risorgimentali, specie in una città come Venezia dove il panorama politico pare sempre più polarizzarsi nell’opposizione tra un Partito socialista che comincia a mietere successi elettorali e un sindaco, Filippo Grimani, che per quasi un quarto di secolo diventa il tutore dell’ordine costituito; tutte le posizioni intermedie – democratici, radicali e progressisti liberali – rischiano così di appiattirsi sul clerico-moderatismo del “sindaco d’oro”.
Il patriottismo, l’irredentismo e l’antisocialismo di Talamini trovano, infine, pieno compimento nella campagna interventista del 1914-15, quando il “Gazzettino” si segnala come uno dei primi grandi quotidiani italiani a schierarsi, fin dall’agosto 1914, per la guerra contro l’Austria, presentata quale necessario compimento del processo di unificazione nazionale. Vera e propria “nave ammiraglia” dell’interventismo veneto, il quotidiano mostra allora per la prima volta il peso che è ormai in grado di esercitare sull’opinione pubblica regionale; e inaugura un ruolo che gli spetterà per vari decenni, quello di bussola quasi infallibile nell’indicare la direzione in cui si muove il Veneto.
La guerra, l’invasione austriaca di parte del territorio regionale, la Venezia in prima linea dopo Caporetto, il figlio caduto sul Piave (e gli altri tre sotto le armi), la gioia per la vittoria finale non possono naturalmente che rafforzare il patriottismo di Talamini, assieme alla sua avversione per il nemico interno, i sovversivi “anti-italiani”. Perfettamente coerente con ciò, dunque, il sostegno all’impresa di Fiume (D’Annunzio era peraltro amico personale del direttore), al combattentismo e al primo fascismo. Dire che il giornale simpatizzi per il nascente movimento di Mussolini è, in verità, limitativo: “Il Gazzettino” tiene di fatto a battesimo il Fascio veneziano, pubblicando sulle sue pagine l’appello per la fondazione e ospitando a palazzo Faccanon la riunione costitutiva (marzo 1919); il movimento avrà ufficialmente sede presso la redazione del giornale per più di un anno e Giuseppe Talamini, uno dei figli di Gianpietro, risulta nel primo consiglio direttivo.
Negli anni successivi non mancheranno, a dire il vero, alcune prese di distanza dal fascismo, o meglio alcuni tentativi di correggere la rotta di un movimento a cui si riconosceva indubbia utilità, ma di cui disturbavano gli eccessi di violenza e le componenti più propriamente eversive. Simili preoccupazioni si registrano sul giornale anche dopo la marcia su Roma, soprattutto in occasione del delitto Matteotti, senza comunque che venga mai meno la fiducia in Mussolini. Fuorviante pare dunque l’immagine – tramandata dalla memorialistica interna al “Gazzettino”, o vicina ad essa – di un giornale presto ravvedutosi dall’iniziale simpatia per le camicie nere e conservatosi a lungo “non allineato” ed “indipendente”, quasi una spina nel fianco del fascismo veneziano. Una volta consolidatosi il regime, Talamini e la sua creatura furono indubbiamente sottoposti a pressioni e attacchi di vario genere; ma a causarli non fu tanto un’ipotetica indipendenza politica del giornale (d’altronde impossibile), quanto quei margini di autonomia economica e gestionale che il giornalista/imprenditore cadorino, da sempre unico padrone, continuava gelosamente a difendere. Proprio la sostanziale fedeltà del “Gazzettino” al fascismo – più ancora che i suoi meriti patriottici, il suo prestigio o la sua forza economica – fu d’altronde ciò che gli permise di non essere immediatamente soppresso o acquisito dalle strutture del partito, come avvenne ad altri fogli meno fidati; ma nel giro di qualche anno ciò non fu più sufficiente: in un’Italia completamente fascistizzata suscitava scandalo che un organo di informazione così importante non fosse sotto il diretto controllo delle gerarchie del regime. L’accusa al “Gazzettino” di non essere “abbastanza fascista” nascondeva, inoltre, le mire delle forze capitalistiche ed industriali che dettavano legge nel fascismo veneziano, e a cui il giornale faceva ovviamente gola. Sennonché, fortunatamente per il fondatore e per la sua famiglia, due diversi “clan” politico-economici fascisti – quello di Giuseppe Volpi e quello di Giovanni Giuriati – si contendevano allora il potere in laguna e, sfruttando questa rivalità, il “Gazzettino” poté conservare ancora qualche spazio di manovra, grazie in particolare all’abilità e alla determinazione di Ennio, il figlio maggiore di Gianpietro.
I maneggi per sottrarre “Il Gazzettino” al suo fondatore cominciano nel 1926 con l’azione congiunta di una spedizione squadrista e di un decreto prefettizio che ne sospende le pubblicazioni: Talamini è costretto ad assumere come codirettore il vicesegretario del locale Partito fascista e ad allontanare alcuni collaboratori di sua fiducia in odore di antifascismo. Due anni più tardi, a riprova della posta in gioco, un nuovo tentativo coinvolge i vertici stessi del fascismo italiano: il vecchio Talamini viene convocato a Roma da Augusto Turati, segretario nazionale del Partito, che gli impone di cedere il giornale agli uomini di fiducia di Volpi; ma Giuriati, allertato da Ennio Talamini, si appella direttamente a Mussolini che manda all’aria l’operazione.
Le manovre vengono così sospese in attesa che esca di scena l’ingombrante figura del fondatore. Gianpietro Talamini muore nel settembre 1934 all’età di 89 anni e il figlio Ennio, succedutogli alla direzione, deve subito sventare un nuovo attacco del prefetto: ci riesce coinvolgendo nuovamente – stavolta grazie alla mediazione di D’Annunzio – Mussolini. Ma è l’ultima volta che il duce interviene in favore dei Talamini: alla successiva occasione, nel 1936, non risponde alla lettera di Ennio, che senza più protezioni dall’alto viene allontanato dalla direzione. La famiglia riesce a conservare la proprietà del giornale ancora per un paio d’anni, finché nel 1939 – dopo una complessa vicenda legale di liquidazioni e fallimenti – deve cederla alla società “Editoriale S. Marco”, costituita per l’occasione con i capitali veneziani dei gruppi Volpi e Cini, cui si aggiunge la famiglia Agnelli.
Dopo 13 anni di tentativi andati a vuoto Giuseppe Volpi riesce finalmente a mettere le mani sul massimo quotidiano veneto; l’imprenditore, ormai signore incontrastato della città, è peraltro già proprietario della “Gazzetta di Venezia”, e la storica testata viene allora declassata – proprio nel giorno del suo duecentesimo compleanno – ad edizione serale di quello che un tempo aveva sprezzantemente definito “il beniamino degli analfabeti”. L’offerta editoriale del “Gazzettino” era d’altronde andata ampliandosi fin dal 1921, con la nascita del “Gazzettino Sera” e del “Gazzettino Illustrato” (settimanale sul modello della “Domenica del Corriere”), cui si aggiungeva a metà anni Trenta un altro settimanale, “Il Gazzettino dei Ragazzi”; fin dal termine della Grande guerra, inoltre, l’apertura di nuove redazioni a Trento, Trieste e nelle altre terre “redente” aveva sancito la trasformazione del giornale da veneto a triveneto.
Alla fine degli anni Trenta l’annosa questione della proprietà del “Gazzettino” sembrava dunque risolta nel modo più logico e stabile, con il suo approdo nelle mani dell’uomo più potente di Venezia. Ma, di lì a poco, la guerra e la caduta del fascismo – e dunque del potere incontrastato di Volpi – avrebbero rimesso in discussione tutto. Dopo la prima e provvisoria destituzione di Mussolini, il 25 luglio 1943, la cauta defascistizzazione del giornale portò alla direzione il poeta padovano Diego Valeri (mentre la candidatura di Armando Gavagnin veniva rifiutata dal prefetto perché troppo chiaramente antifascista); lo spiraglio durò tuttavia, come è noto, solo poche settimane: l’occupazione tedesca seguita all’armistizio dell’8 settembre significò la restaurazione del fascismo sotto forma di Repubblica sociale. Valeri fu costretto a fuggire in Svizzera e, per il giornale, seguirono altri venti mesi di avvilente asservimento alle nuove autorità naziste.
Finalmente, il 28 aprile 1945, usciva la testata “Fratelli d’Italia – Il Gazzettino – Organo del Comitato Regionale Veneto di Liberazione Nazionale” (“Fratelli d’Italia” era stato il giornaletto del CLN veneziano durante la clandestinità); ma il composito titolo durò solo qualche giorno perché, con l’insediarsi delle autorità militari alleate, nella tipografia di palazzo Faccanon si prese a stampare un quotidiano curato direttamente dal P.W.B. – l’ufficio angloamericano per il controllo della stampa – e intitolato “Corriere di Venezia” (poi “Corriere Veneto”). Bisognò attendere il 18 luglio di quell’anno perché nelle edicole tornasse il più familiare “Gazzettino”; in verità alleati e CLN avrebbero preferito chiamarlo “Nuovo Gazzettino”, a sottolineare la discontinuità con il periodo fascista, ma Ugo Facco De Lagarda e Armando Gavagnin – nominati dallo stesso CLN alla guida del giornale, rispettivamente come commissario della “Editoriale S. Marco” e come direttore – riuscirono a far prevalere la continuità con il giornale di Talamini.
Sennonché, mentre a palazzo Faccanon si credeva di gettare le basi per il nuovo capitolo della lunga storia del “Gazzettino”, le sorti del giornale erano in verità già state decise altrove: la Democrazia cristiana infatti – violando gli accordi presi con gli altri partiti del CLN, all’oscuro di tutto – aveva da tempo acquisito la proprietà della “Editoriale S. Marco”. Fin dalla seconda metà del 1944 il milanese Pietro Mentasti, uno dei massimi dirigenti della DC nel Nord Italia, aveva avuto contatti con Volpi e Cini, riparati in Svizzera, che gli avevano ceduto la proprietà della società da cui dipendeva il “Gazzettino”: tutto lascia supporre che i due imprenditori non avessero avuto in cambio alcun denaro, ma piuttosto l’assicurazione di passare indenni attraverso le epurazioni e le ritorsioni che avrebbero prevedibilmente seguito la caduta del regime (sia Volpi che Cini, va ricordato, erano stati ministri di Mussolini: avevano dunque urgenza di cercare protezione tra le forze politiche che si apprestavano a guidare l’Italia post-fascista).
Dopo la lunga contesa degli anni Venti e Trenta, questa vicenda dimostrava nuovamente come la proprietà del “Gazzettino” fosse ormai un attributo indispensabile per chi aspirava all’egemonia politico-culturale sul Veneto. Parte delle azioni della “S. Marco” furono poi intestate ad Augusto De Gasperi, fratello di Alcide, che da allora fu per oltre vent’anni una figura chiave della società editoriale del “Gazzettino”, prima come amministratore delegato e poi come presidente. Alla direzione Mentasti avrebbe voluto chiamare Indro Montanelli, ma l’operazione non andò in porto.
Cominciava così la lunga era democristiana del quotidiano veneto, inevitabilmente caratterizzata, soprattutto negli anni della guerra fredda, dall’anticomunismo e dall’assoluta ortodossia filogovernativa. Per un intero decennio (1950-60) fu diretto da Attilio Tommasini, già capocronista durante gli anni del fascismo e della Repubblica sociale, emblema di una continuità redazionale che scavalcava l’esperienza della Resistenza. Soltanto gli anni Sessanta – quelli del centrosinistra e delle grandi trasformazioni sociali e culturali – portarono qualche tentativo di rinnovamento: la direzione di Giuseppe Longo (1960-67) cercò soprattutto di elevare il profilo culturale della testata, pur senza intaccarne l’osservanza politica democristiana; più ambizioso l’esperimento di Alberto Cavallari (1969-1970), che al suo arrivo proclamò addirittura di voler fare del giornale il “Le Monde” italiano, ma venne malamente cacciato solo un anno più tardi. La proprietà non riteneva, evidentemente, che una seppur cauta critica politica rientrasse nella linea editoriale del “Gazzettino”; così negli anni Settanta nessuno mise più in discussione la fedeltà del quotidiano alla Democrazia cristiana e, più precisamente, alla corrente dorotea e al suo leader vicentino Mariano Rumor.
Nel 1977, intanto, un significativo segno dei tempi: il “Gazzettino” lascia palazzo Faccanon per trasferirsi a Mestre, in via Torino. Per Venezia è un fatto a suo modo epocale, sintomatico dell’esodo di popolazione e di funzioni urbane dal centro storico; ma per il quotidiano altri più traumatici mutamenti si preparano. All’inizio degli anni Ottanta la DC dà i primi segni di cedimento elettorale anche nella sua roccaforte veneta, le vendite del “Gazzettino” sono in calo e la stessa proprietà del giornale attraversa cattive acque. Nel 1983 l’“Editoriale S. Marco” – coinvolta tra l’altro nello scandalo del Banco Ambrosiano e nel caso Calvi – cede, dopo più di quarant’anni, la testata ad una nuova società, la SEP (Società Editrice Padana), costituita da un gruppo di industriali veneti e presieduta da Luigino Rossi, imprenditore calzaturiero della Riviera del Brenta. Il passaggio del “Gazzettino” dal partito cattolico di governo agli industriali – protagonisti di quel “miracolo” economico veneto di cui si comincia allora a prender coscienza – avrà naturalmente effetti determinanti anche sulla linea editoriale del giornale. Dopo la breve direzione di Gustavo Selva (1983-1984), è la lunga era di Giorgio Lago (1984-1992) a segnare decisamente la svolta: il giornale che fino a pochi anni prima incensava incondizionatamente governi nazionali e poteri democristiani locali dà ora voce alle sempre più diffuse critiche alla politica e alle istituzioni, alle recriminazioni del Veneto e alle richieste di autonomia. Pur non mancando qualche critica al partito di Bossi, l’attenzione è tutta concentrata sul fenomeno Liga/Lega; il giornale si impegna apertamente nelle campagne per il federalismo e, soprattutto, gioca un ruolo fondamentale nell’“invenzione” del Nordest, con i suoi risvolti autocelebrativi e mitizzanti.
Da Venezia al Veneto, dal Triveneto al Nordest: “Il Gazzettino” conferma il suo ruolo di primo piano nella costruzione di un’identità locale, e incarna per tutto il Novecento le tendenze – interventismo, fascismo, cattolicesimo o venetismo – vincenti in questa parte d’Italia, a volte fiutando l’aria e indicando la strada (con Talamini, con Lago), a volte esprimendo pedissequamente egemonie già consolidate (nel ventennio fascista o nel quarantennio democristiano).
Reperibilita`
Biblioteca Nazionale Marciana
Collocazione
Bnm: Giorn. 124
Consistenza
Bnm: XXV (1911) - CXIX (2005) [1887-1985 MICROFILM 6]
AcVe: 1906-1931
Mc: 1903-1947; 63 (1949) -
Iveser: n. 1 (30 aprile 1945); n. 3 (2 maggio 1945)
Studi e bibliografia
Annuario della stampa. Anno III 1919, Roma 1919, p. 137; Belfagor [Mario Baratto], La stampa quotidiana veneta, “Belfagor”, 1951, fasc. 6, pp. 713-721; Ottant’anni di Gazzettino, [s.n.], Venezia 1966; S. Cella, Profilo storico del giornalismo nelle Venezie, Padova, Liviana Editrice, 1974; “Giornali e giornalisti delle Venezie”, Annuario 1968, Padova, pp. 114-115; M. De Marco, Il Gazzettino. Storia di un quotidiano, Venezia, Marsilio, 1976; Il Gazzettino: una bottega del consenso, “Materiali veneti”, 1 (1975); M. Reberschak, Stampa periodica e opinione pubblica a Venezia durante i quarantacinque giorni (25 luglio - 8 settembre 1943), “Archivio veneto”, s. V, XCIV (1971), pp. 95-134; M. Isnenghi, “Belfagor”, Giornali e giornalisti. Esame critico della stampa quotidiana in Italia, Roma, Savelli, 1975, pp. 131-143; A. Gavagnin, Vent’anni di resistenza al fascismo. Ricordi e testimonianze, Venezia, Comune di Venezia, 1979; Giampietro Talamini. Un giornalista, un cadorino, Feltre, Nuovi Sentieri Editore, 1984; M. Isnenghi, I luoghi della cultura, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. Il Veneto, a cura di S. Lanaro, Einaudi, Torino 1984, pp. 231-406; M. Reberschak, Tra il vecchio e il nuovo: gruppi dirigenti e forme di potere: due casi, in La Resistenza nel veneziano, I. La società veneziana tra fascismo, resistenza e repubblica, a cura di G. Paladini - M. Reberschak, Venezia 1985, pp. 295-324; I quotidiani della Repubblica sociale italiana, a cura di V. Paolucci, Urbino, Argalia, 1987, pp. 125-128; Cent’anni di Gazzettino 1887-1987, supplemento al n. 67 (20 marzo 1987) de “Il Gazzettino”; A. Briganti, C. Cattarulla, F. D’Intino, Stampa e letteratura. Spazi e generi nei quotidiani italiani dell’Ottocento (Catalogo ragionato), Milano, Franco Angeli, 1996, p. 53; Biblioteca di storia moderna e contemporanea, Periodici italiani 1914-1919, a cura di M.L. Cavallo e E. Tanzarella, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1989, p. 86; M. Grandinetti, I quotidiani in Italia 1943-1991, Milano, Franco Angeli, 1992, pp. 45-46; B. Colli, Il Gazzettino: un quotidiano popolare e la sua diffusione territoriale (1887-1902), Tesi di laurea, Università degli studi di Padova, Facoltà di Scienze Politiche, Relatore Prof. G. Muscio, a.a. 1997-1998; M. Reberschak, Memoria della Resistenza e dintorni, in Ugo Facco De Lagarda 1896-1962. La vocazione inquieta di uno scrittore veneziano. Atti del convegno Venezia, 7-8 novembre 1997, a cura di A. Scarsella, in “Miscellanea marciana”, XIV, (1999), pp. 32-46; S. Fogolin, Collaborazioni di Ugo Facco De Lagarda al “Gazzettino di Venezia”, in Ivi, pp. 307-313; A. Argolini, «Il Gazzettino” e l’identità veneta nei primi anni ‘70, in Venetismi. Diario di un gruppo di studio sul Veneto contemporaneo 1997-99, a cura di A. Casellato, Verona, Cierre, 2000, pp. 125-133; Giornali e giornalisti, Roma, Editori Riuniti, 2001, p. 107-111; G. Albanese, Alle origini del fascismo. La violenza politica a Venezia 1919-1922, Padova, Il Poligrafo, 2001; M. Isnenghi, La stampa, in Storia di Venezia. L’Ottocento e il Novecento, a cura di M. Isnenghi e S. Woolf, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2002, vol. III, pp. 1969-2000; S. Rossetto, Il Gazzettino e la società veneta. Storie di un giornale del Nordest dal 1887 a oggi, Verona, Cierre, 2004.
Compilatore
Giovanni Sbordone